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Carla Gallo Barbisio
Università degli Studi di Torino
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[...]Raccontare e raccontarsi sono tra le più antiche attività dell'essere umano.
Il narrare è un bisogno primario ed è in correlazione con il bisogno di conoscenza. Ogni narrazione è un tentativo di comprendere se stessi e il mondo.
Ernesto De
Martino parla di una condizione di appartenenza, di fusionalità con la natura circostante, e sostiene che la scoperta dell' individualità comporta distacco e
separazione, evento particolarmente doloroso. E il mito universale della cacciata dal Paradiso Terrestre. La genesi della narrazione comporta il far rivivere il ricordo per conoscere e allo stesso tempo accettare la perdita. È distanziamento e, allo stesso tempo, recupero.
L'ipotesi è confortata in campo filosofico da Paul Ricoeur narrazione è un fenomeno universale, è espressione della mente umana. L'individuo, in quanto soggetto separato, tenta di riappropriarsi del mondo circostante. Il linguaggio procede con una lenta riconquista del reale perduto attraverso la conquista del significato. L'identità personale, che gradualmente si costruisce attraverso il racconto, parte dal Paesaggio che tutto comprende e dalla fusionalità delle origini dove non c'è conflittualità, progredisce dalla 'medesimezza' verso la dimensione
dell’ 'ipseità'.
La medesimezza rimanda all'identità originaria: "sono sempre la stessa persona", ma allo stesso tempo apre alla ipseità, "posso essere diverso da come sono", dove dispiegare potenzialità e desideri, progettualità e cambiamento.
Ma soprattutto il Paesaggio introduce la terzietà. Il dialogo non è più solo fra due persone, c'è un elemento terzo , un elemento altro con cui entrare in rapporto.
Il significato che abbiamo voluto attribuire al Paesaggio si avvicina al concetto di oggetto transizionale di Donald Winnicott, qualcosa diverso dal tu e dall'io, qualcosa cui ci si aggrappa, simbolo di fiducia nell'unione con altro da sé. Un oggetto viene creato ma esisteva prima. Qualcosa che ci precede.
Il Paesaggio, elemento terzo, primo simbolo creato dall'essere umano che ha sperimentato la bontà e l'attendibilità del rapporto con l'Altro, ci permette di entrare nel mondo reale e nel principio di realtà abbandonando l'onnipotenza ma senza timore di perdere la dimensione dell'immaginario e quel senso di pienezza che deriva dalla possibilità di vivere una vita libera e creativa.
Dario Galati
Preside della Facoltà di Psicologia dell' Università degli Studi di Torino |
[...]La psicologia è nata alla fine dell'Ottocento con metodologie rigorosamente scientifiche: i primi psicologi erano infatti severi sperimentalisti che lavoravano al di fuori del paesaggio, isolando i loro soggetti in ambienti artificiali: i laboratori, ovvero stanze insonorizzate e rigorosamente controllate, separate dal mondo della vita quotidiana. L'approccio seguito dalla psicologia di fine Ottocento era di tipo atomistico: il soggetto non veniva considerato nella sua globalità, ma veniva studiato come un insieme di funzioni psichiche ognuna separata dall'altra, tra le quali quella privilegiata era la percezione. Naturalmente, non si trattava della percezione di stimoli dotati di significato, come sono quelli che caratterizzano il paesaggio; i soggetti che partecipavano agli esperimenti sulla percezione potevano trovarsi infatti ad osservare alcuni stimoli luminosi intermittenti e guardare fuori dalla finestra era loro proibito. L'ambiente esterno era così oscurato e, più in generale, tutto ciò che poteva avere un significato per il soggetto era considerato un pericolo insidioso per la riuscita degli esperimenti. Nella psicologia di laboratorio, fondata sul metodo dell'isolamento e del controllo delle variabili, non c'era quindi posto per il paesaggio: questo rappresentava una fonte di errore, lo stimulus error di Wundt, e in quanto tale doveva essere eliminato.
Un'altra importante tradizione della nostra disciplina è la psicologia clinica, che affonda le sue radici storiche nella psicoanalisi freudiana. All'interno di questa prospettiva, tuttora abbracciata da numerosi studiosi, la psicologia si è mossa alla ricerca di un paesaggio, ma questa volta si trattava esclusivamente di un paesaggiointerno, pieno di turbolenze, di conflitti, di crisi intrapsichiche, di lotte quasi sanguinose tra istanze. Del paesaggio - in senso naturalistico - in psicologia clinica non c'è dunque traccia. Il soggetto anche in questo caso è "a porte chiuse": infatti, anche se non si trova in un laboratorio, giace su un lettino collocato a sua volta all'interno di un ambiente isolato dal resto del mondo. La stanza dell'analista, del terapeuta, si pensi ad esempio alla famosa stanza di Freud, sono stanze piene di ornamenti interni che sembrano voler riprodurre la ricchezza del mondo interiore del paziente e dell'analista. Tutto è concentrato in interiore homine, mentre ciò che è situato all'esterno del soggetto non viene preso in considerazione.
L'interesse per il ruolo giocato dall'ambiente esterno al soggetto inizia a manifestarsi nei primi anni del Novecento con l'avvento della psicologia comportamentista, la quale viene indicata spesso come una psicologia ambientalista. Attraverso il celebre modello Stimolo-Risposta, i comportamentisti tentarono infatti di spiegare il comportamento dell'uomo non più attraverso il ricorso ad istanze intrapsichiche, ma in base all'associazione che si instaura fra gli stimoli ambientali (e qui sarebbe troppo bello dire il paesaggio) e le risposte verbali e motorie che gli stimoli stessi sono in grado di elicitare. In altre parole, l'ambiente comincia a fare la sua comparsa nell'orizzonte della psicologia, anche se il suo significato tuttavia è ridotto a quello di una serie puntuale di stimoli fisici. Del resto, il modello teorico a cui fa riferimento la psicologia comportamentista è un modello fisico di causalità lineare in cui ad un certo stimolo corrisponde una certa risposta; ne deriva quindi che la concezione dell'uomo proposta dal comportamentismo è una concezione di tipo meccanicistico: il soggetto viene considerato come una macchina che reagisce al suo ambiente e quest'ultimo viene concepito come un insieme di oggetti ed eventi fisici, non dotati di significato per il soggetto. È questa la concezione che purtroppo ha dominato per un cinquantennio prima negli Stati Uniti e poi in Europa.
Il merito di aver conferito all'ambiente un ruolo di primo piano spetta alla Gestalt Psychologie. Il grande maestro Koffka teorizza infatti una distinzione tra l'ambiente fisico, quello che conoscevano anche i comportamentisti, e l'ambiente comportamentale, cioè l'ambiente in cui si svolge la vita quotidiana del soggetto, che è un ambiente ricco di scambi e interazioni, i quali consentono la costruzione di senso e significato.
Quando Koffka introduce il concetto di ambiente comportamentale siamo negli anni trenta: la psicologia arriva quindi tardi a fare questa scoperta che l'arte aveva invece già fatto da tempo. Si pensi, a questo proposito, alla solarità degli impressionisti o ai paesaggi inquietanti, in cui si riflette la parte oscura dell'anima, dell'espressionismo tedesco: questi due esempi testimoniano come l'arte sia andata ben aldilà di una visione fotografica del paesaggio, intuendo così come l'interazione uomo-ambiente e la percezione, in modo particolare, rappresentino dei processi di costruzione di senso e significato. Ritornando alla psicologia, è stato così grazie alla prospettiva gestaltista che gli psicologi hanno scoperto l'ambiente ed è stato inoltre grazie al contributo di questa tradizione di ricerca che il rapporto uomo-ambiente è stato analizzato nella sua dimensione affettiva.
A questo proposito, desidero ricordare una interessante notazione di Koffka. Nella sua famosa opera del 1935, "Principi di psicologia della forma", c'è un passaggio in cui egli parla delle emozioni e di come esse si generino nell'interazione con il paesaggio. In modo particolare, Koffka riferisce una sua esperienza personale e racconta l'episodio in cui vide per la prima volta gli asfodeli in fiore. Egli descrive le sue emozioni dicendo che la gioia che provava in quel momento non era solo una sua gioia personale perché questa gioia la condivideva con gli asfodeli e il paesaggio circostante. Questa idea è molto importante e verrà riformulata negli anni sessanta e settanta nel concetto di affordance proposto da Gibson. Secondo questo psicologo, che ha contribuito in modo rilevante allo sviluppo della prospettiva ecologica, la percezione dell'ambiente esterno non è il risultato dell'attività cognitiva del soggetto; l'ambiente è ricco, infatti, di informazioni che possiedono un propria struttura intrinseca e che sono "disponibili" ad essere colte direttamente dal soggetto, senza dover ricorrere a particolari processi di elaborazione. Seguendo questa linea di pensiero, possiamo affermare quindi che il paesaggio ha degli stimoli invitanti che ci possono indurre, di per sé, alla gioia, alla tristezza, all'ansia e a tutta la vasta gamma di sentimenti che caratterizzano l'esperienza emozionale umana. Il paesaggio vive dunque con noi, non è solamente un paesaggio fisico; il paesaggio è in qualche modo bello in sé e la bellezza, quella che gli artisti da secoli avevano in qualche modo compreso e tentato di rappresentare, nasce nell'incontro, non è solo proiezione. La psicoanalisi ci ha in qualche modo estenuato con questa idea della proiezione: non c'è nulla, o quasi, nella realtà - così affermano numerosi psicoanalisti - e siamo solo noi ad interpretare cose ed eventi attribuendo loro significati soggettivi. Io credo che ciò non sia del tutto vero: c'è una realtà che ci "invita a", che ci invita, per esempio, a percepirla in un certo modo, che ci invita inducendo certi sentimenti, e la vita quotidiana è questo commercio tra noi e l'ambiente, dove "commercio" assume un significato estremamente positivo di scambio di valori e significati. Io credo che questo convegno si muova propria in questa prospettiva e continuo a pensare che sia una prospettiva innovativa. Esiste sì l'approccio ecologico, però "approccio ecologico" diventa spesso solo una parola vuota se poi non si arricchisce di contenuti. Che in psicologia si possa parlare di dialogo con il paesaggio è cosa, secondo me, straordinaria; se due entità dialogano sono entrambe vive. Desidero quindi ringraziare ancora una volta la collega Carla Gallo Barbisio, alla quale mi lega un'amicizia pluriennale, per aver organizzato questo convegno e per aver introdotto nella psicologia italiana questo tipo di approccio che, lo sottolineo ancora una volta, sostiene che il soggetto non vive in isolamento, ma vive in un ambiente che non è più soltanto fisico: è un ambiente comportamentale, è un ambiente relazionale, fonte di senso e di significati.
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Marcello Cesa Bianchi
Il paesaggio immaginato
Facoltà Medica Università di Milano
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Il paesaggio può rappresentare costantemente il luogo dell'incontro intergenerazionale, l'opportunità privilegiata di interazione tra vecchio e bambino. E' forse la modalità più diretta per restituire le radici ed il senso della solidarietà, per ricomporre, nell'incedere crescente delle innovazioni tecnologiche, il ritratto della dignità e continuità storica.
Vi sono ambienti privati e pubblici abitualmente frequentati dagli anziani o dai bambini. Le università della terza età e la scuola dell'obbligo sono, con evidenti funzioni diverse, centri di aggregazione e ritrovo, privi in genere del rapporto transgenerazionale. Alcune, sparse iniziative sono sorte negli ultimi anni; istituzioni scolastiche hanno ospitato insegnanti in pensione, come ad Ivrea, e università per anziani hanno aperto l'accesso ai bambini. Scriveva Confucio nel Libro XIV dei Dialoghi: "Un ragazzo del villaggio faceva da messaggero. Qualcuno domandò: Ne trae profitto? - Il Maestro disse: - Lo vedo occupare un posto da adulto, lo vedo passeggiare con i più anziani: non cerca di trar profitto, desidera crescere presto".
I vecchi nelle scuole narrano delle loro esperienze, delle caratteristiche della società in cui sono nati e cresciuti, trasmettono le loro conoscenze, testimoniano di sé, offrono la prova diretta del loro essere vecchi, lontana dalle insidie del pregiudizio e disposta all'incontro sereno e creativo, apportatore di significati e di apprendimento emotivo.
I bambini nelle università della terza età possono scoprire le molte abilità creative degli anziani, la loro capacità di immaginazione e di intraprendenza, il loro desiderio di essere attivi, partecipativi e di voler ancora apprendere e conoscere. I vecchi, come allievi nelle aule delle università a loro dedicate, disposti ad imparare, a "studiare", costituiscono un indubbio e forte richiamo educativo per i bambini.
Sarebbe auspicabile l'istituzione in ogni villaggio di centri di aggregazione
intergenerazionale, rivolti sia ai vecchi che ai bambini. Vecchi e bambini insieme per facilitare lo sviluppo della fantasia, per accrescere l'esperienza e la sicurezza emotiva, per vivere le immagini del presente e costruirne sempre di migliori per il futuro. Si costituirebbero nuove scuole adibite a laureare i vecchi a diventare nonni e permettere ai bambini di poter essere veramente dei bambini, interpreti creativi della loro infanzia, per poterla seguire e ritrovare un giorno come unità di esperienza e insegnamento, anche nella lontana memoria dei loro anziani.
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Carla Gallo Barbisio
Università degli Studi di Torino
[...]Mi pare importante tentare di delineare la passione e l'interesse che hanno caratterizzato negli anni l'attività di ricerca.
E' stata proprio la passione che ha
sostenuto le persone nel loro lavoro unita all'interesse per un'attività di ricerca
nuova e diversa.
La partecipazione alle vicende umane è una forma di dialogo.
La partecipazione è spinta dall'amore, e la passione è stimolo continuo alla ricerca.
[...]Amore quindi, unito all'interesse per i temi discussi e alla speranza di cambiamento. Cambiamento soprattutto negli aspetti più concreti del fare ricerca in Psicologia, ambito in cui si è instaurato il dominio di chi attribuisce al lavoro di ricerca solo un significato produttivo, azzerando l'anima e il senso profondo insito nel rapporto di partecipazione con le cose, le persone, la natura che sono costitutivi della Psicologia del Paesaggio.
[...]Abbattere le barriere dei confini disciplinari ha significato combattere quelle definizioni nette che operano solo divisioni e appartengono a retaggi e a vizi ,antichi. Operare connessioni ha aperto sentieri nuovi e offerto possibilità di nuovi viaggi in un'area comune. Un confine può essere un punto di incontro non una linea di esclusione. Abbiamo così scoperto che molti concetti non erano solo condivisi, ma erano polivalenti : mescolavano e integravano ambiti di interessi comuni arricchendosi vicendevolmente.
La comprensione dell'importanza della qualità del rapporto che si instaura fra chi fa ricerca e l'universo indagato, comporta la necessità di stabilire aperture ma anche precisi limiti che non si possono valicare, dettati da prudenza e umiltà: la profondità delle questioni sottese all'incontro con l'anima dei luoghi porta a guardare non solo alla loro concretezza materiale ma anche alla dimensione spirituale, impone rispetto e impedisce conclusioni affrettate.
Mettendo in relazione posizioni diverse e discipline apparentemente molto lontane è stato possibile tessere la molteplicità e la pluralità. Una realtà ricca di incontri e di relazioni, di scambi e di doni reciproci ma anche di scontri, incomprensioni e revisioni, una tessitura non predeterminata, una strategia non prestabilita, un confronto costante con la diversità e la differenza, condivisione inattesa nell'affrontare il nuovo.
Il dialogo permette a mondi separati di entrare in relazione. Si basa sulla nostra capacità di parola, sul nostro saper raccontare storie convincenti dove tutto può essere messo in discussione come ci insegna D.N Spence nel testo fondamentale del 1982, Narrative Truth and Historical Truth, tradotto in Italiano nel 1987 e pubblicato dall'editore Martinelli con il titolo Verità narrativa e verità storica.
Un'opportunità per ripensare non solo le parole ma le idee. Una proposta scomoda in un mondo che non predispone alla comprensione ma spinge ad agire sempre senza pensare. Un mondo delle apparenze che premia la superficialità, il non pensiero, e si volge al gioco pericoloso del "tutto facile e tutto subito". E' la triste e mortifera cultura del prodotto pre-confezionato fatto da professionisti della società del consumo.
Lo strumento narrativo é l'unico che ci permette di comprendere il senso della realtà che abbiamo di fronte, l'unico che ci consente di aprire un dialogo vero con la persona, capire la sua diversità e la sua differenza, fisica e culturale, materiale e spirituale; l'unico strumento che offre al "diverso da noi "- diverso dalle nostre teorie e modelli di riferimento, dai nostri preconcetti e pregiudizi - l'occasione di manifestarsi
Dialogo come grande opportunità quindi, per non arroccarsi su posizioni imposte e idee fatte, atteggiamento pigro e conformista ampiamente diffuso. Si tratta invece di affrontare problemi veri, individuare priorità, cercare connessioni che ci aiutino ad aprire nuove prospettive per ciò che veramente conta. Indicare una scala di valori non vuol dire necessariamente risolvere i problemi ma significa fare delle scelte, rivedere certezze concettuali, cercare riferimenti nuovi, rinnovare tecniche e metodologie consolidate che fino a ieri hanno definito il nostro lavoro e il nostro rapporto con la realtà. Fare veramente "RICERCA " significa cercar di vedere ciò che sembrava prima invisibile, e come sostiene James Hillman "meglio un po' di follia piuttosto che idee ritagliate per poter essere inserite in fessure prestabilite "."
Interessi culturali molteplici hanno trovato le proprie ragioni nella curiosità intellettuale verso questo nuovo modo di concepire il lavoro scientifico di ricerca. E questo è avvenuto senza mai rinunciare alla riflessione e al ripensamento critico rispetto alle teorie, ai metodi e alle tecniche utilizzate. Un modo di far ricerca mai improvvisato e dilettantistico, anche se non ancora pienamente riconosciuto e accettato dalla Comunità Scientifica. Questa è stata la scelta operata, coraggiosa ma non azzardata.
[...]Abbiamo detto che la psicologia del paesaggio nasce da una mancanza, da una lacerazione, da una nostalgia. Una ferita aperta che genera un cambiamento di coscienza, una visione feconda della ferita. La ferita non va nascosta ma riconosciuta e accettata. E tutto avviene lentamente, è una strada da percorrere, un metodo da seguire, un viaggio da intraprendere con affetto e fiducia.
Metodo, in greco methodos vuol dire sentiero, percorso, passeggiata, un' esperienza condivisa dell'essere umano con l'universo che lo circonda. Ci sono persone che sanno ascoltare più di altre il cuore e le parole dell'anima. Altre non sentono e non vedono. Dobbiamo adoperarci affinché si sviluppi e si diffonda una educazione al sentire, all'osservazione profonda, all'ascolto. L'anima del luogo si scopre come l'anima di una persona, andando incontro con generosa fiducia. Amore, sofferenza, dolore rivelano l'anima, ma se ci si ritrae per paura la relazione diventerà povera di significato.
Si può negare l'anima dei luoghi? Si può ignorare la tenerezza dei luoghi dell'infanzia? Si potrà mai negare il significato del paesaggio delle Torri gemelle dopo l'attentato di cui ci ha parlato nella sua relazione, con emozione e sofferenza non celata, il collega statunitense Donal Carbaugh? Come rimarginare quella profonda ferita? Sono questioni alle quali si può solo rispondere con l'anima, non con la violenza.
La scienza moderna non pretende di avere un'anima. Raramente si pone il problema etico. La scienza progredisce grazie a strategie di ricerca essenzialmente riduzioniste, di conseguenza una concezione fortemente integrata e olistica come la nostra può apparire singolare.
Per comprendere è necessario saper vedere e ascoltare, senza interrogare e senza aspettare risposte. La metodologia proposta é il contrario dell'intervista e del questionario, del test e della scheda a risposta multipla, ma soprattutto è rinuncia alla possibilità di trarre conclusioni definitive. É pazienza e attesa, atto di umiltà aperto alla speranza.
[...] Non è azzardato sostenere, e qui voglio ancora ribadirlo, che " Il dialogo con il Paesaggio " sia determinante per la conoscenza.
Il Paesaggio, interno ed esterno, filtra e modifica tutto ciò che dell'esperienza ci giunge alla coscienza. E ci giunge soprattutto attraverso le storie, lo vediamo nelle centinaia di narrazioni raccolte in anni di lavoro e di riflessione.
Il vero protagonista della narrazione non è il soggetto narrante ma il Paesaggio. Se parliamo solo di Narrazione e non di Paesaggio, qualcosa di molto importante ci sfugge. L'idea di "Paesaggio" va data nella sua pienezza innovativa di presenza che informa la nostra comprensione del mondo.
Il Paesaggio è fuori e dentro di noi, è fatto di natura ma anche di cose, di persone, di immaginario, di intelligenza. Noi non dialoghiamo solo con noi stessi e con le persone, dialoghiamo con il Paesaggio e il Paesaggio che è in noi dialoga con il mondo che ci circonda: con la natura ma anche con la cultura, l'arte, i miti, i desideri, le passioni, i sogni ed i deliri. Tutto un "mondo altro" dove non c'é solo la persona ma l'anima del mondo.
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